Tracce di vita interrotta

(dalla Prefazione di Enrico Fedrighini)

TRACCE DI VITA INTERROTTA

Un traghetto passeggeri diretto a Olbia si infila nella fiancata di una
petroliera, in piene acque portuali a Livorno, una lontana sera di aprile
del 1991. Intere famiglie andavano a trovare i parenti in Sardegna,
coppie in viaggio di nozze, comitive in gita, autotrasportatori di spola
fra il continente e l’isola. Tutto finito, tutto divorato da un immenso
rogo che avvolge il traghetto Moby Prince della Navarma dalla sera del
10 aprile fino alla mattina del giorno seguente. Nessun soccorso, nessuna
imbarcazione della capitaneria tenta l’abbordaggio. Il traghetto viene
lasciato alla deriva, in fiamme. I passeggeri sono rinchiusi nel salone di
prua con giubbotti salvagente e scorte d’acqua che finiscono presto, in
attesa dei soccorsi. Che non arriveranno mai.

La mattina dell’11 aprile il Moby Prince, una bara fumante, viene
rimorchiato in darsena: rapidamente, ancora prima che la polizia
scientifica possa accedere al relitto ed effettuare i rilievi, qualcuno
autorizza incredibilmente i Vigili del Fuoco a salire a bordo e ripulire
tutto, ogni traccia esterna deve scomparire. Tracce di vita interrotta.
Come quel corpo di uomo sul ponte di poppa che poche ore prima era
stato ripreso da un elicottero dei Carabinieri: un corpo integro, pulito,
disteso supino come se dormisse: aveva trascorso la notte in una zona
riparata dalle fiamme all’interno della nave, e alle prime luci del giorno
era salito sul ponte di coperta sentendo il rombo delle eliche (“Sono
venuti a salvarci! Finalmente!”, avrà pensato) per poi perdere i sensi e
accasciarsi sulle lamiere incandescenti. Adesso anche lui è un tronco
carbonizzato, come gli altri.

Bisogna ripulire tutto e subito. E bisogna fare presto. Ripulire il
traghetto. Ripulire soprattutto la memoria delle persone. L’inchiesta
sommaria della Capitaneria di Porto, su quella che rappresenta la più
grave tragedia della marineria italiana, batte ogni record mondiale di
velocità: 11 giorni per ricostruire quanto accaduto e fornire al pubblico
una spiegazione. C’era uno strato di nebbia che avvolgeva solo la
petroliera. L’equipaggio era distratto da una partita trasmessa in Tv. Una
tragica fatalità, come un incidente stradale. Tutto molto normale, tutto
molto “italiano”.

Questa ricostruzione rimane un pilastro inamovibile della verità ufficiale
sulla tragedia del Moby Prince fino a oggi, dopo due processi e una
riapertura delle indagini. Nonostante una serie di fatti impressionanti
emersi durante le indagini (condotte dopo la ricostruzione dei fatti
fornita dalla Capitaneria). Fatti rimasti senza alcuna risposta, come la
scomparsa della “scatola nera” dalle eliche del traghetto. La conferma,
da parte di tutti i testimoni più attendibili, che la visibilità quella sera
era buona e non vi era alcuna traccia di nebbia. Una movimentazione di
armi, illegale, stava avvenendo in rada proprio mentre il traghetto usciva
dal porto (come testimonia un ufficiale della Guardia di Finanza). I pochi
radar in funzione (quella sera il porto di Livorno è come bombardato da
una tempesta elettromagnetica che disturba le comunicazioni) registrano
numerose imbarcazioni che, subito dopo la collisione fra il traghetto e la
petroliera, anziché prestare aiuto si allontanano dal luogo della collisione,
dove stanno per sopraggiungere i mezzi dei soccorritori. E mentre tutto
questo avviene, un elicottero militare non italiano osserva dall’alto la
scena e uno strano peschereccio bianco solca pericolosamente le acque
del porto, identico alla nave ammiraglia della flotta italo-somala sulla
quale indagherà, finendo tragicamente assassinata poco tempo dopo
in Somalia, la giornalista Ilaria Alpi insieme a Miran Hrovatin. La
vicina base USA di Camp Darby, la più grande base logistica militare
statunitense del Sud Europa, tiene sotto controllo la situazione, ma, alla
richiesta di mettere a disposizione tracciati e registrazioni per ricostruire
quanto accaduto, risponde in modo incredibile: “Sorry, la nostra base
non dispone di radar.”

Allora la domanda vera da porsi è questa: cosa succedeva nelle acque
del porto di Livorno la sera del 10 aprile 1991? Per quale ragione viene
data in pasto all’opinione pubblica una ricostruzione dei fatti che non
regge, ma dalla quale pare non si voglia, o non si possa, andare oltre?
Cosa accadeva, sotto traccia, lungo le rotte commerciali di un porto
civile italiano? Cosa avviene ancora oggi in molti porti nei quali i traffici
commerciali si combinano con quelli di armi e sostanze pericolose?
La conoscenza sempre più diffusa di quanto è accaduto è il presupposto
affinché sempre più persone chiedano, anzi pretendano da chi ci governa
la verità sui troppi “misteri italiani”, compreso quanto accaduto nel
porto di Livorno la sera del 10 aprile 1991.
Per questo il bellissimo lavoro di Vivaldo – sostenuto dalla passione
civica di BeccoGiallo – con la sua capacità di dare forme e immagini
suggestive e realistiche a una storia orribile e dimenticata da molti,
rappresenta un prezioso contributo nella difficile ricerca di una verità
ancora oggi nascosta, da qualche parte, in qualche archivio.